gennaridaneri.com

         PhotoGallery  
 Biography
Biography

Era bello sperare il contrario. Ma era illusorio: la diffusione tentacolare dell’arrampicata sportiva non è fatta di soli aspetti positivi. E’ un fatto di statistiche, di grandi numeri, di tendenze al ribasso o al rialzo. L’incidente, anche gravissimo, non è più una eventualità remota, bensì una possibilità reale se non addirittura una certezza. Il come inizia ad essere il solo elemento incerto, perchè il quando e il dove ormai assomigliano ad una estrazione del lotto:

il numero che aspetti, cioè l’incidente, prima o poi uscirà su una delle ruote dove tarda. Basta saper aspettare. Ma oggi, con il primo caso di un climber che querela il socio, si pone un ulteriore  problema: di chi è la colpa? Anzi, c’è una colpa? Ha un senso cercare una colpa nel campo dell’arrampicata sportiva? La questione è tutt’altro che scontata, perchè in ambito giuridico non valgono soltanto i codici, ma anche gli usi e i costumi.

E se è vero, come è innegabile, che l’arrampicata sportiva è figlia e deriva direttamente dall’alpinismo (e tante volte le manovre e le procedure dell’una non sono per niente differenti da quelle dell’altro), bisogna ricordare che una volta, non tanto tempo fa, in montagna si moriva “allegramente” in due.

Era normale (non giusto, non bello) che il primo di cordata cadesse e che il secondo, di conseguenza, rischiasse seriamente di finire giù insieme a lui.

Questo per sottolineare il fatto che “la cordata” è sempre stata considerata, nella storia dell’alpinismo, una sorta di tutt’uno, una entità singola, non un minigruppo di due individui che considerano l’altro una macchina assicuratrice, un sistema carno-meccanico che consente di non scalare in solitaria e quindi di accorciare i tempi e ridurre i rischi.

Con l’avvento dell’arrampicata sportiva “di massa”, delle grandi sale d’arrampicata, oppure delle falesie dove uno arriva da solo per trovare sicuramente soci sul posto, questo concetto di cordata intesa come sodalizio si è probabilmente un po’ modificato. Che sia giusto oppure no lo lasciamo al giudizio e alla sensibilità dei lettori, ma è un dato di fatto che ormai è spesso più importante “scalare” che non “con chi condividere l’esperienza della scalata”.

Ora è arrivato un primo sintomo di questo cambiamento. Un sintomo forte, drammatico, in un certo senso estremo, ma che va considerato  con realismo ed obbiettività.

Un arrampicatore ha intentato causa penale, con riserva di costituzione di parte civile, al proprio assicuratore per le lesioni molto gravi che egli ritiene gli siano state cagionate dal comportamento non corretto (“volontarie omissioni”) in fase di assicurazione.

Allontaniamoci dal generale (le considerazioni sulla moralità o meno di far causa al proprio compagno di cordata) e addentriamoci nel particolare, perchè è ovvio che vogliate sapere come è andata e su cosa si basano le richieste del querelante, anche se il focus di questo articolo non è tanto occuparci del singolo caso, quanto aprire una riflessione nazionale su questa possibile deriva della nostra attività ludica preferita.

 

La  storia è dell’agosto 2005, il luogo è la Pietra di Bismantova, Appennino reggiano, parete su cui si scala con continuità sin dagli inizi del ‘900 e attualmente dotata di oltre 200 tiri di arrampicata sportiva e di oltre 50 vie multipitch correttamente attrezzate.

Un arrampicatore, abituale frequentatore dell’area (un “local” si direbbe oggi) e certamente esperto (7b,7c rotpunkt) reperisce sul posto un compagno di compagno di cordata (che nella querela sembra sia diventato “assistente alla scalata”, così da coniare un neologismo francamente agghiacciante, chiusa parentesi) e con lui si reca ad arrampicare. I due non si conoscono bene bene, se è vero che per la ricerca del cognome dell’ “assistente” la parte querelante impiegherà tempo.

Si dirigono nella zona Ovest, settore di Vil il Coyote; quell’area, crediamo per pura coincidenza, è quella in cui si sono verificati il maggior numero di incidenti mortali ad arrampicatori negli ultimi venticinque anni sulle rocce emiliane. Non è la zona più alta di Bismantova, ma dal suolo alla cima della parete ci sono almeno 50 metri, tanto che sulla guida ufficiale della Pietra, lo so con certezza perchè l’ho scritta io con Lamberto Camurri, le vie che arrivano fino in cima sono comunque di due tiri.

La dinamica di gruppo, ovvero quello che si sono detti o che non si sono detti tra loro, sarà forse chiarita meglio in fase processuale, magari con l’aiuto di un terzo testimone che era con loro; noi preferiamo non addentrarci. Quello che è sicuro è che il local è partito su una via che sulla guida è considerata di due tiri di corda, ha proseguito oltre la prima sosta e ha continuato fino alla catena più alta, a 50 metri circa dalla base. Il tutto con una corda, sembra di sua proprietà, lunga 70 metri.

La matematica non è un opinione e per essere sicuri di arrivare a terra utilizzando delle normali tecniche di arrampicata sportiva, senza adottare soluzioni che avrebbero richiesto conoscenze alpinistiche approfondite da parte di entrambi,  la corda avrebbe dovuto essere lunga cento metri. Invece ne mancavano trenta, poco più di quelli che il local ha fatto in caduta libera quando la corda è finita tutta nel gri gri, riuscendo a sopravvivere solo grazie alla natura molto scoscesa del terreno sottostante e all’arrivo quasi  immediato dell’elicottero di soccorso che per una fortuita coincidenza era parcheggiato a meno di 500 metri da lì.

Insomma una brutta storia, che nella dinamica dei fatti e dei luoghi è un miracolo che  non sia finita molto peggio di come è andata.

Ma di calcoli sbagliati della lunghezza delle vie è piena la storia dell’arrampicata e quasi ogni climber con più di dieci anni di esperienza sulle spalle potrebbe citare almeno un esempio di incidente simile a questo. 

Allora come la mettiamo? Inauguriamo una nuova stagione di cause e di avvocati? Ad ogni incidente più o meno grave apriamo il balletto delle responsabilità? Ci inseriamo nell’insidioso mondo delle percentuali dei concorsi di colpa?

Perchè, vedete, il nostro è un terreno perfetto per gli avvocati; nel senso di perfetto per loro. Che potrebbero campare, anzi specializzarsi in cause d’arrampicata se l’anomalia di questa causa che abbiamo illustrato diventasse la  normalità. Infatti, oltre alle enormi difficoltà di comprensione delle dinamiche di cordata che dimostrano avere loro stessi nonchè i magistrati e i giudici, ci sono tantissime zone grigie all’interno delle quali gli avvocati possono sguazzare per dimostrare tutto e il suo contrario.

Prendiamo l’esempio di questo caso. E’ arrampicata sportiva unire due tiri in uno? E’ possibile percepire correttamente gli ordini o le domande rivolte a cinquanta metri di distanza? E’ possibile da così in basso per un assicuratore sorvegliare visivamente le mosse del primo di cordata? E ancora: è scontato che i due utilizzino un linguaggio condiviso e ad entrambi comprensibile quando non sono abituati a scalare insieme? E’ obbligatorio predisporre un nodo di scontro all’altra estremità della corda? Se lo è, chi lo deve predisporre? L’assicuratore? Il primo di cordata? Il proprietario della corda?

Siamo sicuri che il primo di cordata non sia tenuto a una sorveglianza almeno sommaria della propria calata e di quanta corda rimane prima di finire nei guai? E tutto questo senza addentrarsi nel campo minato dei dialoghi che i due hanno detto o pensano di aver detto.

Inoltre, nel linguaggio burocratese con cui gli avvocati tentano di descrivere i motivi per cui il loro cliente ha assolutamente ragione, possono nascondersi delle botole, dentro le quali chi non s’intende veramente d’arrampicata rischia di cadere a piè pari. Nello specifico caso una delle parti pare descriva il gri gri come un oggetto automatico che deve solo essere sorvegliato dall’”assistente” il quale avrebbe il solo compito attivo di fare un nodo sul capo libero della corda.

Ma come? In tutti i corsi d’arrampicata si spendono ore, anzi giorni, a far capire agli allievi come si deve e come non si deve fare passare la corda attraverso il gri gri e poi, quando succede qualcosa di grave, si focalizza l’attenzione su un solo aspetto (il nodo di scontro a fine corda) facendo credere che l’assicuratore è un semplice sorvegliante del grigri mentre il compagno sale? Come se la corda passasse magicamente nel suo canale da sola, oppure tirata dall’alto?

Sappiamo tutti benissimo che il nodo di scontro è imprescindibile quando si affrontano discese al limite della lunghezza della corda, ma nelle condizioni normali di arrampicata sportiva non c’è mai bisogno di farlo se la lunghezza del tiro è coperta a sufficienza dalla metratura della corda.

Come vedete, in assenza di una procedura codificata (soprattutto se si eccedono i consueti metri di un monotiro d’arrampicata sportiva) la verità può essere letta da diverse angolazioni e queste angolazioni possono fare una gran differenza in sede di giudizio, specie se si passa da procedure d’arrampicata sportiva a procedure alpinistiche con allegria e disinvoltura.

Nel frattempo ci sono nomi e cognomi che finiscono sui giornali e affermazioni messe nero su bianco da parte del querelante, che alla precisa domanda del giornalista: “Perchè ha denunciato il suo collega uscendo dalle consuetudini dell’alpinismo?” ha risposto:Ma dove sta scritto che uno non può denunciare chi gli procura un danno? Questo succede in tutti i settori, perchè l’alpinismo dovrebbe fare eccezione? Il codice d’onore e l’omertà sono in uso nella mafia e a volte in certi ambiti ospedalieri, mai nel nostro ambiente. Se c’è un responsabile è giusto che paghi.”

Insomma, la discussione è aperta e come tale ve la proponiamo, senza mancare di sottolineare l’ennesima e puntuale confusione tra arrampicata sportiva e alpinismo (perchè nella querela si parla di arrampicata sportiva e nella intervista di alpinismo?).

Ma le porte per una nuova, per niente piacevole stagione per l’arrampicata italiana sono state aperte da questa querela e la sentenza del tribunale, se e quando ci sarà, non risulterà importante soltanto per i diretti interessati.

La posizione della nostra rivista, a prescindere dall’accadimento particolare, è comunque netta. Il capocordata è appunto il capo della cordata; il suo nome non gli piove dal cielo. Lui è il primo responsabile della predisposizione della corda, dei meccanismi di assicurazione e dei rinvii, a maggior ragione se parliamo di materiale di sua proprietà. Inoltre è responsabile della strategia di salita, della linea seguita e dei metri percorsi verso l’alto, specie quando ci si trova in situazioni molto anomale come quella descritta.

Inoltre il compagno, specie se meno esperto, non deve mai essere considerato alla stregua di un robottino assicuratore, capace per default di affrontare ogni emergenza verticale, specie se anomala. La cordata è una cordata, come lo era una volta, è un sodalizio. E non ci si dovrebbe mai legare con qualcuno di cui non ci si fida o del  quale non si hanno informazioni certe a riguardo delle capacità e delle conoscenze. L’arrampicata sportiva, insomma, non va affrontata con la mentalità del rental-climbing, non si affitta un assicuratore a ore. Si scala invece con gli amici, gli amici veri, altrimenti è meglio andare a fare una corroborante passeggiata.

Oppure, ma questa è solo una provocazione preparata da Lamberto Camurri, potete sempre farvi firmare un contratto pre-verticale, pre-arrampicatoriale, un obbrobrio morale, che toglierebbe ulteriore poesia ad un’attività, l’arrampicata sportiva, che ha già perso le alzatacce, il rischio, la ricerca della linea e ora rischia di perdere anche la dignità e la bellezza della condivisione di una giornata di sport e di svago tra amici.


     Mangart - Romanzo | Biography | The Climber | The Writer
  - Privacy - Note legali
Powered by Logos Engineering - Lexun ® - 22/06/2018